mercoledì 10 aprile 2024

Biografia di Domenico Zampieri detto Domenichino

  Domenico Zampieri detto il Domenichino


Domenico Zampieri detto il Domenichino forse per la piccola statura, o per la sua ingenuità e morbosa timidezza. Figlio di un calzolaio, nasce a Bologna il 21 ottobre del 1581 e, dopo i primi studi umanistici di grammatica e retorica, viene ammesso alla bottega di Denijs Calvaert, un pittore belga della corrente tardo manierista, chiamato da noi Dionisio Fiammingo. 

Sorpreso a copiare alcune stampe di Agostino Carracci, il Domenichino viene cacciato dalla bottega nel 1595 ed accolto nell'Accademia degli Incamminati retta, in assenza di Annibale Carracci, allora impegnato a Roma, da Agostino e Ludovico Carracci. Insieme a Ludovico, con Guido Reni e Francesco Albani, Domenichino collabora alle decorazioni dell'oratorio di San Colombano, presso Bologna, realizzando la Deposizione nel sepolcro.

Nel 1601, a vent'anni, lascia Bologna per trasferirsi a Roma, insieme all'amico Francesco Albani, per studiare le opere di Raffaello Sanzio e per collaborare con Annibale Carracci, forse il più apprezzato pittore a Roma in quel periodo. Dei dipinti romani, resta un Ritratto di giovane, del 1603, oggi al museo di Darmstadt, che forse ritrae Antonio Carracci, figlio di Agostino, il Cristo alla colonna e una Pietà. 

Mentre dipinge per il cardinale Agucchi, la Liberazione di san Pietro nella chiesa di San Pietro in Vincoli, diventa amico del cardinale, con il quale, discutendo di pittura, formula le teorie del nascente movimento classicista. Domenichino ottiene la prima commissione pubblica a Roma nel 1604 per tre affreschi nella chiesa di Sant'Onofrio, poi partecipa ai lavori di completamento della decorazione della Galleria di Palazzo Farnese dipingendo la Fanciulla e l'unicorno per la serie degli Amori degli dei, e tre paesaggi mitologici, tra cui La morte di Adone, nella Loggia del Giardino. 

Nel 1608 affresca nell'oratorio della chiesa di San Gregorio al Celio la Flagellazione di sant'Andrea e collabora con l'Albani alle decorazioni di Palazzo Mattei a Roma, affrescando una Rachele al pozzo. Nei quattro decenni seguenti, Domenichino, ormai fervente fautore del classicismo, nei suoi dipinti, assicura al disegno un ruolo preponderante, mentre tende a realizzare composizioni di semplicità e chiarezza narrativa, trasfigurate in un'ideale di bellezza classica arricchita da colorismo raffinato ed una particolare attenzione agli aspetti psicologici. 

Nonostante la sua prodigiosa produzione, Domenichino aveva uno stile lento e faticoso di pittura, tanto che i suoi collaboratori ed avversari lo avevano soprannominato "Bue". Nella sua produzione trovano spazio ritratti ai nobili romani, affreschi a chiese, cappelle ed oratori, a Roma, nel viterbese, a Palermo, a Frascati, a Fano, a Napoli. Il lavoro di Domenichino è tanto apprezzato che, Scipione Borghese, volendo un affresco anche per se, lo fece prelevare con la forza, dal suo studio di pittore, trattenendolo per alcuni giorni in prigione per fargli accettare la commissione. 

L'opera più famosa del Domenichino è la Comunione di S. Girolamo scegliendo un momento drammatico e commovente della vita del Santo, raggiungendo effetti sommamente patetici. Nell'opera del pittore si concretizza la tendenza Classicista del Seicento: il suo disegno è chiaro, nitido e freddo, anche se a volte il Classicismo di Domenichino dà luogo a risultati quasi arcaici, come nell'Incontro di S. Nilo con l'imperatore Ottone, dove tutto è troppo lezioso e ricercato, o alla composizione quasi schematica del quadro, come nella Costruzione del chiostro di Grottaferrata, o troppo compassata, come nella Trasfigurazione dell'ossesso. 

Mentre il Domenichino stava lavorando a Napoli, sorsero dispute ed accuse di plagio da parte di quella che fu chiamata la "cabala di Napoli", formata dai pittori Corenzio, Ribera e Caracciolo uniti per escludere dal loro ambiente l'artista bolognese. Si dice addirittura che il Domenichino trovasse spesso rovinato il lavoro della giornata precedente. Non si sa se per paura o per un cattivo presentimento, il 3 aprile 1641 Domenichino stende il suo testamento e muore tre giorni dopo, forse avvelenato.


Cappella Bandini: tondi nei peducchi della cupola - Domenichino - Chiesa di San Silvestro al Quirinale

 Cappella Bandini: tondi nei peducchi della cupola

Domenico Zampieri - Domenichino

Chiesa di San Silvestro al Quirinale


Probabilmente il vero capolavoro della Chiesa di San Silvestro al Quirinale è la Cappella Bandini realizzata da Ottaviano Mascherino nel 1580 per volere del Cardinale Ottavio Bandini che ne fece il proprio monumento sepolcrale.

La pala d’altare raffigurante una bellissima “Assunzione di Maria“, realizzata tra il 1583 ed il 1585 da Scipione Pulzone su richiesta di Pier Antonio Bandini, banchiere fiorentino. Le sculture in stucco sono opera di Alessandro Algardi e Francesco Mochi.

I pennacchi alla base della cupola furono realizzati da Domenico Zampieri, detto il Domenichino, I soggetti sono figure mariane: David danza davanti all’Arca dell’Alleanza: Maria è l’arca nuova perché porta il Figlio di Dio nel mondo, nel tripudio della Chiesa ; Giuditta con la testa di Oloferne: Maria vince il male ; Ester dinanzi ad Assuero: Maria intercede per i deboli e i perseguitati; Salomone e Betsabea: intercessione di Maria.

 



martedì 9 aprile 2024

Madonna col bambino e i santi Filippo e Giacomo - Domenichino - Chiesa di San Lorenzo in Miranda

 Madonna col bambino e i santi Filippo e Giacomo

Domenichino

Chiesa di San Lorenzo in Miranda


All’interno della chiesa sono custoditi importanti dipinti di scuola romana del XVI e XVII secolo, tra cui il Martirio di San Lorenzo di Pietro da Cortona e la Madonna col bambino e i Santi Filippo e Giacomo del Domenichino.

Quest’ultima è la celebre pala del Domenichino eseguita per la cappella Porfiri intorno all’anno santo 1625 e poi gravemente danneggiata da restauri impropri nel corso del Seicento.

Opera di altissima dignità formale, improntata a una concezione della pala d’altare memore ancora di spririto rinascimentale, ha la sobrietà e la compostezza tipiche del Domenichino.

 Questa grande pala del Domenichino, di 4,30 metri di altezza per 2,76 di larghezza, rappresenta la Madonna col Bambino e i santi Petronio e Giovanni Evangelista. La Madonna, assieme al Bambino, siede su un trono posto sopra un alto basamento di marmo, ai cui piedi vediamo le figure dei due santi: Giovanni Evangelista a sinistra, intento a scrivere il suo Vangelo con espressione ispirata osservando direttamente la Vergine e Gesù, e a destra Petronio che con fare parimenti estatico rivolge lo sguardo verso i due protagonisti principali. 

Sotto, alcuni putti giocano con i simboli dei santi: nell'estrema sinistra, ce n'è uno che abbraccia l'aquila di san Giovanni e poco più sopra un altro guarda con sospetto il calice col serpente. Al centro, vicino a san Petronio, altri due putti giocano con la mitra vescovile di san Petronio provando a indossarla. Sopra, quattro angeli musicanti, ognuno con uno strumento diverso, ma tutti tipici della musica del Seicento (arpa, flauto, violino e violoncello), fiancheggiano la Madonna e Gesù. Infine, in alto, tre cherubini compaiono sopra al capo di Maria e altri due putti scostano la tenda per rendere ancora più scenografica questa apparizione.



giovedì 4 aprile 2024

L'ultima comunione di san Girolamo. - Domenichino - Pinacoteca Vaticana

 L'ultima comunione di san Girolamo.

Domenico Zampieri - Domenichino

Pinacoteca Vaticana


La Comunione di san Girolamo è un dipinto del Domenichino, realizzato ad olio su tela nel 1614. Fu commissionato nel 1612 per la chiesa di San Girolamo della Carità a Roma e attualmente è conservato presso la Pinacoteca vaticana. La composizione presenta forti somiglianze con un'altra opera, avente lo stesso soggetto, portata a termine da Agostino CarracciGiovanni Lanfranco, tra i maggiori esponenti del barocco emiliano, in costante competizione con Domenichino, accusò quest'ultimo di plagio proprio a causa delle similarità.

Il protagonista assoluto dell'opera è San Girolamo, che è la gracile figura inginocchiata, coperta da un mantello rosso. San Girolamo fu biblista, traduttore e monaco, riconosciuto Dottore della Chiesa e santo. I suoi scritti dottrinali furono in grado di esercitare un'autorevole influenza anche nel corso dei secoli successivi: uno dei suoi contributi maggiori fu la traduzione della Bibbia in latino. Dal 382 al 385, inoltre, fu segretario di Papa Damaso I, a Roma.

La tela di Domenichino era stata preceduta da una precedente di Sandro Botticelli, dove viene rappresentata la medesima scena, tratta da una lettera pseudoepigrafa di Girolamo, destinata a Damaso.



Donna con l'unicorno - Domenichino - Palazzo Farnese

 Donna con l'unicorno

Domenico Zampieri - Domenichino

Palazzo Farnese


Per la famiglia Farnese ci fu una particolare predilezione per l'immagine dell' unicorno.
Il mitico animale ricorre talmente tante volte negli stemmi, nei quadri, nelle decorazioni di palazzi, giardini e fontane di questa potente famiglia laziale, originaria inizialmente del piccolo comune di Farnese (prov. di Viterbo, a sinistra del lago di Bolsena), da potersi sicuramente considerare proprio il simbolo della famiglia Farnese.

Nell’immaginario cristiano l’unica persona che può avvinarsi all’animale è una fanciulla vergine, per questo può simboleggiare anche lo Spirito Santo. La coppia vergine e unicorno assurgerà a celebrazione di verginità e di castità, attirato dall’odore della donna.

Vi sono almeno tre quadri e affreschi famosi aventi per oggetto la dama con l'unicorno che si ritiene ritraggano le sembianze della bellissima Giulia Farnese (ca. 1475-1524), giovanissima amante ufficiale (concubina papale) dell'anziano e famigerato Alessandro VI (1492-1503) Borgia, grande amica di sua figlia Lucrezia e sorella del futuro pontefice Paolo III Farnese (creato cardinale a 25 anni nel 1493 proprio da Alessandro VI).

- un affresco del Domenichino nella galleria Carracci a Palazzo Farnese di Roma (l'attuale Ambasciata di Francia);
- un altro affresco nella Stanza del Perseo, appartamento di Paolo III a Castel S.Angelo;
- un dipinto nella stessa Stanza, attribuito a Luca Longhi (prima metà XVI sec.).

Ironia della storia per la famiglia Farnese fu che il Concilio di Trento (1545-1563), convocato proprio da Paolo III ma durato ben oltre la sua morte (1549), proibirà [dopo la pubblicazione del De revolutionibus orbium coelestium di Copernico] l'impiego della figura dell'unicorno nelle immagini sacre.


Storie tratte dalla Metamorfosi di Ovidio - Domenichino - Palazzo Farnese

 Storie tratte dalla Metamorfosi di Ovidio

Domenico Zampieri - Domenichino

Palazzo Farnese


L’artista bolognese la eseguì ad affresco, intorno al 1603-1604, nel Casino Farnese, piccolo edificio sulla sponda del Tevere raggiungibile dal Palazzo grazie all’arco su Via Giulia.
Il Casino, non più esistente, detto della Morte perché adiacente alla Chiesa di Santa Maria dell’Orazione e della Morte, ospitava un ciclo di tre affreschi del Domenichino, due sulle volte del
piano terreno, e uno nella loggia aperta sul giardino. 

Sotto la guida di Annibale Carracci, il giovane pittore, ai suoi esordi romani, vi aveva descritto tre episodi tratti dalle Metamorfosi di Ovidio: «Narciso alla fonte», «Apollo e Giacinto» e la «Morte
di Adone» ovvero tre tragiche storie in cui la morte del protagonista è causa della nascita di un fiore, palese richiamo ai gigli dell’emblema araldico dei Farnese.

Nel 1817 gli affreschi vennero staccati e posti in una sala adiacente alla Galleria dei Carracci, per trovare poi definitiva collocazione nell’Appartamento dell’Ambasciatore di Francia.



Paesaggio con guado - Domenichino -Galleria Doria Pamphilj

 Paesaggio con guado

Domenico Zampieri - Domenichino

Galleria Doria Pamphilj


Già alla fine del XVIII secolo l’opera è citata negli inventari della collezione romana dei principi Doria-Pamphili, forse giunto in occasione delle nozze di Camillo con Olimpia Aldobrandini.
Testimonianze del passato citano una replica presente nel gabinetto di Lucien Bonaparte a Roma.

Esperto paesaggista, Domenichino pare qui molto lontano dai paesaggi del suo maestro Annibale Carracci, impregnati di una sottile ma struggente malinconia; il paesaggio non è più protagonista assoluto della scena, ma è intenzione dell’artista di porre maggiore attenzione al rapporto uomo-natura. È possibile che si tratti di un lavoro eseguito dal Domenichino durante i primi anni trascorsi a Roma, intorno al 1605, per un membro della famiglia Aldobrandini.

Un ampio paesaggio collinare, coronato sullo sfondo da un piccolo paese, è attraversato da un largo corso d’acqua popolato da una barca con tre passeggeri e da una famigliola colta nell’attimo in cui attraversa il guado. Sulla riva, vivacizzata dalla presenza di sottili alberi dalla chioma rada, alcuni contadini sono impegnati nella loro attività pastorizia; sulla sponda destra una giovane popolana si sporge da un ramo d’albero spezzato per meglio osservare ciò che avviene intorno a lei.


Affreschi nei pennacchi - Domenichino Chiesa dei Santi Biagio e Carlo ai Catinari

Affreschi nei pennacchi

Domenico Zampieri - Domenichino

Chiesa dei Santi Biagio e Carlo ai Catinari


La cupola della chiesa di San Biagio e Carlo ai Cantinari è di Rosato Rosati, la quarta di Roma per grandezza tra le chiese costruite prima dell’epoca contemporanea, dopo quelle del Pantheon, di San Pietro in Vaticano e di Sant’Andrea della Valle.
La denominazione “ai Catinari” deriva dalle antiche botteghe di fabbricanti di catini che si trovavano in questa zona.

Nei pennacchi sotto la cupola sono raffigurate dal Domenichino nel 1620 le quattro virtù : Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza.
Le figure del Domenichino hanno una struttura architettonica, nello stile di Raffaello, plastico, definito e rinchiuso nel loro disegno e nel loro contorno. Nella raffigurazione delle persone, Domenichino è in concorrenza con la sensualità di Guido Reni.

Queste belle virtù sono delle belle donne sedute in atteggiamento pieno di grazia, alcune delle quali guardano il cielo e altre la terra. Maestose e dolci, uniscono la grandezza antica alla bellezza cristiana



mercoledì 3 aprile 2024

Cappella Polet: storie di Santa Cecilia - Domenichino - Chiesa di San Luigi dei Francesi

 Cappella Polet: storie di Santa Cecilia

Domenico Zampieri - Domenichino

Chiesa di San Luigi dei Francesi

 



La seconda cappella della navata destra della chiesa ospita gli affreschi del maestro emiliano relativi alla santa romana per le cui fattezze il pittore si ispirò alla Santa Cecilia di Raffaello, mentre per le altre figure alla statuaria classica. La committenza giunse in seguito al ritrovamento del corpo della santa nella basilica di Trastevere a lei intitolata, e fu il cardinale francese Pierre Polet a scegliere Domenichino.

 Gli affreschi raccontano la vita di Santa Cecilia. Sulla parete di destra Santa Cecilia distribuisce i suoi beni ai poveri . Sopra Santa Cecilia ed il suo sposo San Valeriano incoronati da un angelo. In alto a sinistra La condanna della Santa che si rifiuta di adorare gli idoli per opera del prefetto di Roma. Sulla parete di destra Il Martirio di Santa Cecilia nel caldario della sua dimora. Al centro della volta Santa Cecilia nella gloria. Sopra l'altare, copia di un dipinto di Raffaello rifatto da Guido Reni dall'originalel'Estasi dì Santa Cecilia. Attorno alla Santa si vedono : Sant’Agostino e Santa Maria Maddalena. 




Affreschi dell'Abside - Domenichino - Basilica di Sant'Andrea della Valle

 Affreschi dell'Abside

Domenichino

Basilica di Sant'Andrea della Valle


La pittura della cupola di Sant’Andrea della Valle era stata commissionata a Domenichino, che intanto affrescava il catino absidale e il sott’arco del presbiterio, ma all’ultimo momento l’opera fu affidata a Giovanni Lanfranco. Per Domenichino fu una tremenda delusione.

Lanfranco lavorò alla cupola dal 1625 al 1628. Subito dopo Domenichino concluse la sua opera a Sant’Andrea dipingendo nei pennacchi della cupola i quattro evangelisti.

Il contrasto tra la fantasia barocca di Lanfranco e la poetica di Domenichino è affascinante. Domenichino sembra voler difendere dall’incombente barocco quel classicismo che lui stesso avverte essere sul punto di venire travolto. Nasce da qui quel velo di melanconia che avvolge gli evangelisti. 

Gli affreschi della calotta absidale e del sott’arco del presbiterio, realizzati da Domenichino tra il 1624 e il 1627, rappresentano scene della vita di S. Andrea.

Il presbiterio e l’abside sono uno dei massimi esempi di quella che potremmo chiamare pittura-monumentale del Seicento.

Nell’arcone dell’abside uno degli affreschi rappresenta S. Giovanni Battista  che indica ad Andrea e Giovanni la figura di Gesù Cristo, mentre al centro del catino absidale vediamo Gesù che chiama Pietro e Andrea. In questi commossi dipinti Domenichino sembra ripensare e rimpiangere le opere dei grandi maestri, attraverso la sua sensibilità tornano alla vita Correggio, Raffello e Michelangelo. Percorrendo con lo sguardo l’opera di Domenichino scopriamo il legame tra paesaggio e figure e quelle note realistiche che ricordano le Storie di Santa Cecilia.

Le fasce che ripartiscono gli affreschi, in stucco bianco e oro con putti a bassorilievo, furono attribuite al giovane Algardi, ma i disegni ritrovati a Windsor dimostrano che il progetto è di Domenichino.

Infine tra le finestre dell’abside Domenichino dipinse le sei virtù: Fede, Carità, Religione, Speranza, Fortezza e Preghiera.

 

La caccia di Diana - Domenico Zampieri - Domenichino - Galleria Borghese

 La caccia di Diana

Domenico Zampieri - Domenichino

Galleria Borghese


Commissionata per la villa di Frascati dal cardinale Pietro Aldobrandini, l’opera fu sottratta al Domenichino – trattenuto in prigione per alcuni giorni – dalla spietatezza collezionistica di
Scipione Borghese. Infatti, nel 1617, a parziale risarcimento del singolare espediente persuasivo, furono pagati al pittore 150 scudi, pagamento riferito tuttavia a ben due opere dell’artista, esposti attualmente nella medesima sala: La caccia di Diana e la Sibilla.

Con fantasia narrativa, Domenichino rielabora e sintetizza lo stile dei celebri Baccanali di Tiziano, emulando la limpidezza di Raffaello e la sensualità del Correggio. Perni della composizione sono le due ninfe in primo piano: una rivela la calibrata impalcatura di piani diagonali, derivata dai Carracci, l’altra cerca lo sguardo dello spettatore, invitato ad ammirare la divinità, simbolo di castità e seduzione. 

Le altre fanciulle sono disposte ritmicamente intorno a Diana, rappresentata con l’arco in mano al culmine di una gara, immediatamente prima del castigo inflitto ai curiosi profanatori, nascosti tra i cespugli ma scoperti dal levriero in procinto di attaccarli.



Martirio di san Sebastiano - Domenico Zampieri - Domenichino - Chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri

 Martirio di san Sebastiano

Domenico Zampieri - Domenichino

Chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri


E’ questo un affresco che eseguì per l’altare del Santo nella Basilica Vaticana e che il restauratore Nicola Zagaglia, con un procedimento tecnico per allora molto ardito, staccandolo segando il muro, riuscì a trasportare a S. Maria degli Angeli, dopo che ne fu fatta una copia in mosaico ora nella seconda cappella della navata destra a S. Pietro.

Si tratta di un dipinto ad olio su muro, alto m. 9,30 e largo 4,20, ordinato al Domenichino nella ricorrenza del Giubileo del 1625, eseguito in un arco di tempo compreso tra il 1625 e il 1631, anno
in cui Domenichino lasciò Roma per Napoli.

Il “Martirio di S. Sebastiano” è un dipinto di grande respiro in cui la composizione “affollata” è concepita in senso rotatorio con al centro la figura di S. Sebastiano legato al tronco, in una posa
esemplificata dall’iconografia del Laocoonte.

Esso raffigura, in un insieme drammatico e movimentato, il martirio di S. Sebastiano ad opera di Diocleziano da cui il santo si salvò una prima volta per l’intervento divino. La storia narra infatti che San Sebastiano, creduto morto, fu invece raccolto e guarito da Sant’Irene. Successivamente morì per flagellazione per i rimproveri che egli mosse nei confronti dell’imperatore, a motivo della violenta persecuzione dei cristiani.



La Sibilla cumana - Domenico Zampieri - Domenichino - Galleria Borghese

  La Sibilla cumana

Domenico Zampieri - Domenichino

Galleria Borghese


  
           Galleria Borghese                                      Pinacoteca Capitolina


Il Domenichino (soprannome di Domenico Zampieri), uno dei maggiori interpreti del classicismo del Seicento, realizzò quattro dipinti aventi per soggetto la figura della Sibilla: il primo fu probabilmente quello conservato nella Galleria Borghese di Roma, risalente al 1617 e realizzato per i Borghese. Un altro è conservato nella Pinacoteca Capitolina.

La Sibilla raffigurata nel dipinto di Domenichino è la Sibilla Cumana, così chiamata in quanto risiedeva nella città di Cuma in Campania: secondo la mitologia classica, era la sacerdotessa di Apollo. Al dio greco farebbero infatti riferimento alcuni inequivocabili simboli come la cetra (Apollo era protettore delle arti, tra cui anche, ovviamente, la musica) e l'alloro che compare dietro al muretto sullo sfondo (era la pianta cara al dio). Il volto della Sibilla, tondo e incorniciato da capelli biondi pettinati con
una spartitura, è idealizzato secondo i dettami del classicismo seicentesco e produce uno sguardo quasi stupito, con gli occhi sgranati e la bocca aperta. La pelle è candida, e la donna è abbigliata con abiti molto ricchi, decorati a motivi floreali, e sul campo ha un turbante anch'esso lussuoso, con fasce dorate e gioielli: del resto, l'opera doveva soddisfare i gusti di una committenza molto ricca.

Il cartiglio che reca in mano riporta una scritta in greco che annuncia la venuta di Cristo: la figura della Sibilla fu infatti rivisitata in chiave cristiana perché nella IV Egloga di Virgilio, il grande poeta latino fa riferimento a una profezia che avrebbe predetto l'arrivo di un "bambino" che avrebbe riportato sul mondo l'età dell'oro. E tale profezia veniva appunto interpretata come una predizione dell'arrivo di Gesù sulla terra.



Stimmate di san Francesco - Domenico Zampieri - Domenichino - Chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini

 Stimmate di san Francesco

Domenico Zampieri - Domenichino

Chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini


Il Domenichino realizzò questa tela per la chiesa dei cappuccini poco prima di stabilirsi a Napoli (1630), come ex voto per essere stato guarito da una pericolosa indisposizione. Originariamente fu collocata su una delle pareti dell'altare maggiore; tra il 1777 e il 1786 fu trasportata nella terza cappella a destra e, per collocarlo come pala d'altare.

Il dipinto la San Francesco riceve le stimmate raffigura sulla tela il santo, con il saio marrone, il cordiglio in vita, e i piedi nudi, mentre con le braccia aperte si abbandona al potere divino all’interno di un paesaggio roccioso. 

Dietro di lui si trova l’angelo, che lo sorregge nel fisico, mentre sul lato sinistro è raffigurato il teschio. Lo sfondo reso cupo dall’avvicinarsi di nuvoloni viene schiarito dalla luce divina sul lato sinistro che illumina le due figure e fa intravedere i segni delle stimmate sulle mani del Santo.


Madonna col Bambino e i Santi Petronio e Giovanni - Domenichino - Palazzo Barberini

  Madonna col Bambino e i Santi Petronio e Giovanni 

Domenichino

 Palazzo Barberini



L'opera, commissionata nel 1625, fu terminata qualche anno dopo (nel 1629) ed era destinata alla chiesa dei Santi Giovanni e Petronio dei Bolognesi a Roma: si tratta della chiesa di riferimento della comunità bolognese presente in città. Rimase lì fino al 1812, quando durante il periodo delle requisizioni napoleoniche fu inviata a Milano per essere ospitata nella Pinacoteca di Brera. A Milano rimase fino al 1953, quando fece ritorno a Roma e fu destinata alla Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini.

Questa grande pala del Domenichino, di 4,30 metri di altezza per 2,76 di larghezza, rappresenta la Madonna col Bambino e i santi Petronio e Giovanni Evangelista. La Madonna, assieme al Bambino, siede su un trono posto sopra un alto basamento di marmo, ai cui piedi vediamo le figure dei due santi: Giovanni Evangelista a sinistra, intento a scrivere il suo Vangelo con espressione ispirata osservando direttamente la Vergine e Gesù, e a destra Petronio che con fare parimenti estatico rivolge lo sguardo verso i due protagonisti principali.


Biografia di Domenico Zampieri detto Domenichino

   Domenico Zampieri detto il Domenichino Domenico Zampieri detto il Domenichino forse per la piccola statura, o  per la sua ingenuità e mor...